Pubblicazione nata nel 2025 con il progetto POC "Curiamo le nostre scelte"-

Pubblicazione nata nel 2025 con il progetto POC "Curiamo le nostre scelte" ESPERTO: Prof. Lorenzo RUGGIERO TUTOR: Prof. Alessandro DISTRATIS

domenica 25 gennaio 2026

“La distanza che ci unisce”: un incontro per riflettere, comprendere e rinascere

di Giada Pesare, Rebecca Chianura




Nei prossimi giorni, l’Istituto “Del Prete-Falcone” avrà l’onore di ospitare Anna Tiziana Torti e Lorenzo Greco, madre e figlio, autori del libro “La distanza che ci unisce”. Si tratta di un incontro di grande valore umano e culturale, che offrirà agli studenti del biennio l’occasione di confrontarsi con una testimonianza autentica e profondamente significativa.
“La distanza che ci unisce” è un romanzo intenso e toccante, una storia vera di dolore, conflitto e violenza familiare, ma anche di rinascita, consapevolezza e ricostruzione dei legami. Attraverso le parole della madre e del figlio, il lettore entra in una relazione complessa, segnata da silenzi, incomprensioni e paura, ma anche dalla volontà di non arrendersi e di cercare una via d’uscita.
La forza del libro sta proprio nella sua doppia prospettiva: due punti di vista diversi, a volte opposti ma profondamente legati. Questa scelta narrativa permette di comprendere quanto sia difficile comunicare all’interno delle relazioni familiari e quanto sia importante imparare ad ascoltare l’altro, anche quando il dialogo sembra impossibile.
La loro storia ha avuto grande risonanza anche a livello nazionale ed è stata raccontata dalla RAI, nel programma “Da noi… a ruota libera” (puntata del 12 ottobre 2025), dove Anna Tiziana Torti e Lorenzo Greco hanno condiviso il percorso, che ha permesso loro di  trasformare la sofferenza in forza e consapevolezza. Una testimonianza che ha colpito molti per il coraggio di raccontarsi senza filtri.
Il libro non è soltanto un racconto personale ma rappresenta un messaggio potente rivolto a tutti e in particolare ai giovani. Invita a non restare in silenzio, a chiedere aiuto e a riconoscere che il cambiamento, per quanto difficile, è possibile.
Durante l’incontro, gli studenti avranno l’opportunità di ascoltare direttamente gli autori, porre domande e riflettere su temi importanti e attuali come la distanza emotiva, la paura e solitudine, la violenza domestica, ma anche il rispetto reciproco e il valore della parola come strumento di cura e di rinascita.
Sarà un momento di confronto significativo, non solo dal punto di vista letterario ma soprattutto umano ed educativo. Un’occasione per fermarsi a pensare, per mettersi nei panni dell’altro e per comprendere che dietro ogni conflitto possono esserci fragilità profonde. 
Un incontro che lascerà il segno e che ricorderà come, anche dalle esperienze più difficili, può nascere una nuova strada, fatta di consapevolezza, dialogo e speranza.

Gherardo Colombo: Anticostituzione

di Giuseppe Frascella, Sofia Dell’Aglio




“L’Italia è una Repubblica democratica a tendenza monarchico-feudale, fondata sul lavoro e sulla rendita. La sovranità appartiene al popolo, che tende a evitare di esercitarla per non esser chiamato a risponderne.”
Così si esprime Gherardo Colombo nel suo nuovo libro “Anticostituzione”, attraverso il quale offre l’occasione di rileggere con occhi nuovi il documento fondativo della nostra Repubblica, nonché di riflettere su quale sia la strada da imboccare per costruire una società più giusta. 
L’ex magistrato riscrive alcuni degli articoli della costituzione utilizzando una sottile e studiata ironia, volta alla stimolazione del pensiero critico dei lettori che, nonostante vivano nell’Italia che chiude un occhio quando conviene, forse non si rendono conto di quanto sia profonda la discrepanza tra carta (costituzionale) cantante, e realtà.
Nella giornata del 5 febbraio l’Istituto “Del Prete-Falcone” ospiterà l’autore, che ci parlerà del suo libro Anticostituzione (2023), ponendo all’attenzione dei giovanissimi un tema poco considerato. Ad oggi, infatti, la carta costituzionale è studiata in modo vago nelle scuole e non tutti ne conoscono la storia. 

Gherardo Colombo
Nasce a Briosco il 23 giugno 1946. È un ex magistrato, giurista, saggista e scrittore italiano, attualmente ritiratosi dal servizio, divenuto famoso per aver condotto o contribuito a inchieste celebri quali la scoperta della Loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli, Mani pulite.
Colombo ha avuto una lunga carriera come magistrato e consulente, caratterizzata da un impegno costante nella lotta alla criminalità organizzata e nella difesa della legalità. Dal 1978 al 1989 ha ricoperto il ruolo di giudice istruttore, lavorando in importanti inchieste come quella sull'omicidio Ambrosoli. In particolare, nel 1981, ha coordinato la perquisizione della villa di Licio Gelli, portando alla scoperta della lista di quasi mille membri della loggia massonica P2 e di documenti cruciali riguardanti operazioni opache a livello nazionale.
Dal 1987 al 1989 ha partecipato a comitati di scopa esperti sulla cooperazione internazionale nella lotta contro il crimine organizzato e la confisca dei profitti illeciti. Successivamente, è stato consulente per la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo (1989-1992) e sulla mafia (1993) e ha fornito un fondamentale contributo nell'ambito dell'operazione Mani Pulite. Nel 2005 è stato nominato Consigliere della Corte di Cassazione, ma nel 2007 ha scelto di dimettersi per dedicarsi all'educazione alla legalità, vincendo nel 2008 il Premio Nazionale Cultura della Pace. Ha anche ricoperto ruoli di prestigio nel settore editoriale, come presidente della casa editrice Garzanti, e in ambito istituzionale, diventando membro del CDA della Rai e presidente dell'ente pubblico Cassa delle Ammende.
Attualmente, continua il suo impegno sociale e civile. Ha fondato la ONG Resq People Saving People e, nel 2020, ha preso parte alla commissione di inchiesta sulle morti sospette al Pio Albergo Trivulzio durante la pandemia. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Campione per il suo impegno sociale e la promozione dei valori costituzionali.

Una biblioteca per la comunità: la scuola intitola il nuovo spazio a Lucia Fasano Milizia

di Giada Pesare




Un nuovo spazio di cultura, memoria e innovazione nasce all’interno dell’I.I.S.S. “Del Prete-Falcone”. Domenica 11 gennaio, durante l’Open Day, si è svolta l’inaugurazione ufficiale della biblioteca scolastica, realizzata grazie al POC “Biblioteca scolastica innovativa”, che ha coinvolto attivamente gli studenti, svolgendo un accurato lavoro di ricognizione dei testi presenti nei vari ambienti scolastici, procedendo alla catalogazione e alla riorganizzazione del patrimonio librario.
Con delibera unanime del Consiglio d’Istituto, la biblioteca è stata intitolata alla prof.ssa Lucia Fasano Milizia,  per il suo valore umano, professionale e culturale. 
Pur non essendo stata docente dell’Istituto, gli è stata intitolata una targa commemorativa con la seguente dedica: “Leggere fa vibrare le corde del cuore.”
Presente alla cerimonia anche il figlio della docente, che ha ringraziato la Dirigente Scolastica e l’intera comunità scolastica per aver voluto dedicare questo spazio alla memoria della madre. Un gesto reso ancora più significativo dalla donazione dei libri della famiglia Milizia, scelta come segno concreto di amore e fiducia verso le nuove generazioni.
La dirigente scolastica Pierangela Scialpi ha illustrato anche gli sviluppi futuri: una biblioteca viva, aperta allo studio pomeridiano, alla ricerca autonoma e alla socializzazione culturale, dotata di un’applicazione digitale per la consultazione dei testi e regolata da un apposito regolamento condiviso. 
Durante l’inaugurazione sono stati presentati anche i manufatti del progetto “Atelier delle idee”, realizzati dagli studenti dell’indirizzo moda e di altri percorsi laboratoriali. Tra questi, borse artigianali, oggetti in filati tradizionali e materiali di recupero, accessori realizzati interamente a mano e il costume progettato per il robot con intelligenza artificiale creato dagli studenti dell’indirizzo elettronica.
Un simbolo forte del messaggio educativo della scuola: tradizione e innovazione, libro cartaceo e tecnologia, manualità e intelligenza artificiale che convivono e si completano.
Il sindaco di Sava Gaetano Pichierri ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa, definendo la prof.ssa Lucia Fasano Milizia «una donna, una docente, un modello di dedizione al servizio della comunità», ricordata da intere generazioni come una “mamma” capace di stare vicino a tutti.
È stata docente di storia dell’arte per quasi quarant’anni, sindaca di Sava e figura centrale della vita culturale e sociale del territorio. Donna di profonda eleganza morale, creativa e attenta alle fragilità, ha formato migliaia di studenti con un metodo didattico non convenzionale, capace di unire discipline diverse e di educare alla vita oltre che allo studio.
Come ricordato dalla professoressa Annalisa Melle, sua ex allieva, i laboratori creativi da lei promossi, hanno lasciato un segno duraturo, dimostrando quanto l’esperienza pratica possa influenzare il futuro professionale e umano degli studenti.
L’inaugurazione della biblioteca non è stata solo un momento commemorativo, ma un atto concreto di comunità e visione educativa. Uno spazio che unisce memoria e futuro, carta e digitale, sapere e creatività. Una biblioteca che porta il nome di una donna che ha fatto della conoscenza una missione e che continuerà, attraverso i libri, a parlare alle nuove generazioni.

Tra pagine e pensiero: perché leggere è ancora un atto rivoluzionario

di Veronica Soloperto, Giuseppe Frascella, Rebecca Aprile




Nella società di oggi, caratterizzata dalla velocità dell’informazione e dall’uso costante delle tecnologie digitali, la lettura viene spesso considerata un’attività secondaria. Tuttavia, libri, lettura e biblioteche continuano a svolgere un ruolo fondamentale nella formazione culturale e personale dell’individuo.
La lettura è prima di tutto uno strumento di conoscenza e di crescita del pensiero critico.
 A differenza dei contenuti rapidi dei social media, il libro richiede attenzione e riflessione. Come affermava Francis Bacon, “la lettura rende l’uomo completo”, poiché abitua a ragionare, ad analizzare e a collegare le informazioni in modo consapevole. In un’epoca segnata dalla disinformazione, questa capacità è indispensabile.
Oltre all’aspetto intellettuale, la lettura ha anche un valore umano ed emotivo. Attraverso i libri è possibile conoscere esperienze e punti di vista diversi dai propri.
Umberto Eco ricordava che “chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria”: la lettura permette di vivere più vite e di sviluppare empatia e apertura mentale. Le biblioteche svolgono un ruolo essenziale nella diffusione della cultura.
Jorge Luis Borges le definiva “una specie di paradiso”, sottolineandone il valore come luoghi di conoscenza accessibili a tutti. Esse garantiscono pari opportunità di studio e contribuiscono a ridurre le disuguaglianze sociali, offrendo spazi di apprendimento e confronto.
In conclusione, libri, lettura e biblioteche rappresentano un patrimonio culturale indispensabile. Come affermava Ray Bradbury, “non è necessario bruciare i libri per distruggere una cultura, basta fare in modo che la gente smetta di leggerli”. Promuovere la lettura significa quindi investire nel futuro, formando persone più consapevoli, critiche e responsabili.

L’evoluzione della biblioteca: dai libri al mondo digitale

di Rebecca Pichierri , Arianna Leo



Per molto tempo la biblioteca è stata vista come il simbolo del sapere scritto: un luogo tranquillo, dedicato quasi esclusivamente ai libri. Dalle antiche raccolte di tavolette d’argilla fino alle grandi biblioteche del Rinascimento, il libro cartaceo è stato per secoli la principale fonte di conoscenza. Con il progresso tecnologico, però, la biblioteca ha iniziato a cambiare, trasformandosi da semplice raccolta di volumi a spazio moderno e ricco di strumenti multimediali.
Il ruolo delle tecnologie digitali
L’arrivo delle tecnologie digitali ha portato una vera rivoluzione. Computer, Internet e risorse online hanno reso l’informazione più accessibile e veloce. Accanto ai libri tradizionali sono comparsi e-book, riviste digitali, archivi online, banche dati e audiolibri, ampliando le possibilità di studio e ricerca per tutti.
La biblioteca come centro multimediale
Oggi la biblioteca non è più solo un posto dove leggere, ma un centro culturale aperto e innovativo. Oltre ai libri, offre film, musica, podcast, videogiochi educativi e contenuti interattivi. Molte biblioteche dispongono di computer, Wi-Fi gratuito, tablet e strumenti per la lettura digitale, diventando luoghi di incontro e apprendimento.
Nonostante questi cambiamenti, il libro cartaceo non è stato abbandonato. Al contrario, continua a convivere con i nuovi media, creando un equilibrio tra tradizione e innovazione.
L’evoluzione della biblioteca rispecchia i cambiamenti della società e dei modi di imparare. Da spazio statico a ambiente dinamico e partecipativo, la biblioteca resta un punto di riferimento culturale fondamentale, capace di guardare al futuro senza perdere la propria identità. Anche nell’era digitale, rimane un luogo essenziale per garantire un accesso libero e consapevole alla conoscenza.


Dalle tavolette di argilla al digitale: la lunga storia delle biblioteche Un viaggio nel tempo tra rotoli, manoscritti e archivi online

di Sofia Mega



Le biblioteche sono da sempre simboli di conoscenza e cultura. Oggi le immaginiamo come grandi sale silenziose piene di libri e computer, ma la loro storia è lunga e affascinante, fatta di cambiamenti e trasformazioni che riflettono l’evoluzione della società.
Le prime forme di biblioteca risalgono a migliaia di anni fa. In Mesopotamia, già nel 2500 a.C., si conservano tavolette di argilla incise con scritture cuneiformi. Una delle più famose fu la Biblioteca di Ninive, appartenente al re Assurbanipal. In Egitto e soprattutto in Grecia le biblioteche divennero centri fondamentali di studio. La Biblioteca di Alessandria, in Egitto, è una delle più conosciute: conteneva centinaia di migliaia di rotoli scritti a mano, raccolti da tutto il mondo allora conosciuto.
Dopo la caduta dell’impero Romano, furono i monasteri a custodire il sapere. I monaci copiavano a mano testi religiosi, scientifici e filosofici. Le biblioteche erano piccole e spesso chiuse al pubblico. I libri erano rari, preziosi e scritti su pergamena.
L’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg nel1455 cambiò tutto. I libri divennero più facili da produrre e più economici. Nacquero così le prime biblioteche aperte al pubblico, come quella di Oxford e la Biblioteca Nazionale di Parigi. L’idea di rendere la cultura accessibile a tutti cominciò a diffondersi.
Tra l’Ottocento e il Novecento le biblioteche si trasformarono in veri servizi pubblici. Nelle città nacquero biblioteche comunali, scolastiche e universitarie. Non erano più solo luoghi dove conservare i libri, ma anche spazi dove leggere, studiare e partecipare ad attività culturali.
Con l’arrivo del digitale, anche le biblioteche si sono adattate. Oggi offrono e-book, audiolibri, cataloghi online e spazi multimediali. Molte permettono di consultare documenti da casa. Tuttavia, rimangono anche luoghi fisici dove le persone si incontrano, si confrontano e imparano.
La biblioteca, da sempre,  accompagna l’uomo nel suo bisogno di sapere. Dalle tavolette antiche ai libri elettronici, è cambiata nell’aspetto e nei mezzi, ma ha mantenuto lo stesso scopo: custodire il sapere e renderlo 

Infomedia, la nostra nuova Malattia

di Dalila Donzella



Infomedia: per chi non lo sapesse consiste nell'esser costantemente bombardati da informazioni, talvolta in maniera morbosa, su argomenti futili e cupi, di poco conto, ma che se ascoltati costantemente possono portare a un incupidimento delle nostre menti, offuscandoci così dalla ragione, rendendoci timorosi e ansiosi che il male si aggiri attorno a noi. Ma siamo sinceri, quanto ci tocca davvero la notizia che una giovane donna è costretta a prostituirsi nelle favelas per portare il pane a casa? O vedere video di animali, malformi, feriti e sottopeso in paesi del terzo mondo? 
Spesso si commenta con la solita emoticon dispiaciuta, con la lacrimuccia che gli scende giù dal viso, e poi quando vediamo il gattino randagio sotto casa lo ignoriamo come se niente fosse. E perché? Forse ci sembrerà più facile mettere un like a una notizia macabra, che portare un pò di latte al gattino malnutrito sotto casa. Ma qui in realtà non si sta parlando di felini, ma bensì di quanto sia facile dispiacersi per quello che accade altrove, senza fare niente per migliorare il nostro mondo e il nostro piccolo quotidiano. A volte basta anche un gesto piccolo, che, per quanto ci possa sembrare insignificante e di poco conto, può fare veramente tanto. E per quanto riguarda le notizie, se proprio ci teniamo a rimanere aggiornati sull'ultima, sarebbe consigliabile leggerle piuttosto che vederle alla tv, poiché le immagini maggiormente rimangono impresse nelle nostre menti. E ricordatevi che essere informati non significa sapere tutto, ma scegliere cosa guardare e cosa fare. 
 





Il dolore: una questione di dignità

di Giuseppe Frascella




Il dolore è un’esperienza universale, eppure profondamente solitaria. Scientificamente, nasce come un alleato: è un segnale d'allarme biologico, un meccanismo di difesa essenziale per la sopravvivenza. Attraverso i nocicettori, i sensori del nostro corpo, il sistema nervoso ci avverte di un danno ai tessuti, permettendoci di reagire. Senza questa capacità, saremmo vulnerabili e incapaci di proteggerci dai pericoli del mondo esterno.
Tuttavia, il confine tra utilità e tortura è sottile. Quando il dolore diventa cronico, smette di essere un segnale e si trasforma esso stesso in malattia. In questo processo, il cervello non si limita a registrare un impulso, ma lo rielabora attraverso le emozioni e la memoria. Poiché non esiste un esame del sangue per misurarlo, il dolore resta l'esperienza più soggettiva in medicina: la sua entità risiede esclusivamente nella parola di chi soffre.
Qui si inserisce la sfida della bioetica: il primo dovere morale è credere alla sofferenza dell'altro. Se in passato il dolore era visto come un destino da sopportare con stoicismo, oggi la bioetica lo definisce un problema di dignità umana. Curare il dolore non è solo un atto medico, ma un diritto inalienabile. Non si tratta semplicemente di spegnere un sintomo, ma di restituire alla persona la capacità di relazionarsi e di non essere definita solo dal proprio tormento.
Questa visione ci porta a dilemmi complessi, come il "principio del doppio effetto". Nelle cure palliative, l'uso di farmaci necessari a lenire sofferenze insopportabili può talvolta abbreviare la vita come effetto collaterale. La bioetica ci dice che se l'intenzione è il sollievo, l'atto è profondamente umano. Il concetto di "dolore totale" ci ricorda infatti che la sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge la paura, la solitudine e il senso di abbandono del paziente.
A questo punto, una riflessione personale: in una società che cerca di anestetizzare ogni disagio, abbiamo ancora spazio per comprendere la vulnerabilità? Il dolore ci ricorda che siamo fragili e che abbiamo bisogno degli altri, ma esiste una soglia oltre la quale esso smette di insegnare e inizia a distruggere l’identità. È in quel momento che la tecnica deve fermarsi per lasciare il posto all'accompagnamento puro e alla vicinanza.
In conclusione, la misura della nostra civiltà si vede da come rispondiamo a chi soffre. La bioetica non è fatta di regole fredde, ma abita nello spazio tra due mani che si stringono. Se la scienza studia l'impulso nervoso, l'etica ha il compito di non lasciare che quell’impulso sia l’unica voce di un essere umano. Nessuno dovrebbe mai trovarsi solo nel proprio buio, perché prendersi cura del dolore altrui è l’atto che ci rende autenticamente umani.

Referendum sulla Giustizia del 22-23 Marzo

di Zoe Polimeno



Da poco tornati dietro ai banchi di scuola, o dietro le cattedre se pensiamo ai nostri docenti, dopo le meritate vacanze natalizie, il 2026 pone subito una grande scelta in fronte a tutti i maggiorenni, studenti e non, che potranno votare.
È da giorni infatti che persino i social, riconosciuti principalmente per il loro scopo d’intrattenimento e che assorbono innumerevoli ore dei nostri giorni, si sono riempiti di notizie e informazioni sul referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 Marzo di quest’anno.
Sarà infatti diritto e dovere civico dei cittadini italiani maggiorenni dare il proprio voto, ma prima è necessario essersi informati e aver compreso cosa sia e cosa tratterà questo referendum.

Il Referendum sulla giustizia che si terrà alla metà di marzo è un referendum costituzionale confermativo, che andrà quindi a confermare una modifica, già stata approvata dal parlamento, alla Costituzione.
A rendere ancora più preziosi i voti delle persone sarà il fatto che non sarà necessario un quorum, cioè un numero minimo di persone che vada a votare, ma si conteranno i risultati di chi è contro o a favore indipendentemente dalla quantità di voti.

Ma cosa tratta questo referendum?

La modifica che potrebbe venire apportata alla costituzione riguarda la separazione delle carriere nell’ambito della nostra magistratura. 

Attualmente infatti i magistrati giudicanti (i giudici che solitamente raffiguriamo con toga e martelletto per giudicare un imputato) e magistrati inquirenti (chi porta avanti l’accusa durante un processo) seguono lo stesso percorso formativo e sono parte di un unico corpo, la magistratura ordinaria, e condividono lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura. 
Con la riforma questi saranno divisi, creando due percorsi separati e due Consigli Superiori (della Magistratura giudicante e di quella inquirente).

Sarebbe poi istituita una Corte disciplinare di rango costituzionale, chiamata a esercitare la giurisdizione disciplinare sia nei confronti dei magistrati giudicanti sia di quelli inquirenti ora assente, poiché di competenza del Consiglio superiore della Magistratura.

Al momento è possibile per uno dei due tipi di magistrati cambiare nel corso della propria carriera il proprio ruolo, passando da giudicante a inquirente e viceversa; il numero di magistrati che persegue questa decisione è però molto rara, circa allo 0,3%, è permessa una sola volta durante la propria carriera e chi effettua questo cambio dovrà cambiare regione.
Con la riforma questo non sarebbe più possibile e una volta decisa la propria carriera sarebbe impossibile cambiarla.

Per scegliere i propri rappresentanti, fino ad ora i magistrati hanno agito tramite un’elezione; con questo referendum la modalità cambierebbe da un’elezione a un sorteggio. 

Ma adesso, quali sono le ragioni del SÌ e del NO?

Chi sta votando SÌ, cioè vuole l’approvazione delle modifiche precedentemente elencate, attribuisce la propria scelta all’idea che la riforma porterebbe più trasparenza e imparzialità, che la vicinanza tra magistrati giudicanti e inquirenti non permetterebbe, limitando i casi di favoritismi tra colleghi (magistrati giudicanti e inquirenti), favorendo l’indipendenza tra i due per ridistribuire il “potere”, e che anche il sorteggio porterebbe portare un equilibrio maggiore.
Chi sta votando NO, cioè chi è contrario a questa riforma, sostiene invece che la separazione tra le due istituzioni non porterebbe vantaggi reali, ritenendo la separazione tra le carriere già presente dato il tasso insignificante dei magistrati che cambiano il proprio ruolo e ritenendo le precauzioni che ne conseguono sufficienti.
Suscita dubbi l’applicazione del sorteggio al posto di un’elezione per i rappresentanti dei magistrati, mentre preoccupa il costo che porterebbe la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura.
Un’altra preoccupazione è quella che con la nascita della Corte disciplinare i magistrati potrebbero subire influenze da parte del Governo, che quindi potrebbe proteggersi da indagini su illeciti commessi (un esempio potrebbe essere fare avere precedenza ai casi di truffa online rispetto ai crimini legati alla mafia ecc.), e quindi sbilanciare la divisione dei tra poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Avendo adesso un’idea generale, ma chiara della riforma che il referendum propone, invitiamo tutti, tra studenti e docenti, maggiorenni e non, di continuare a informarsi.
E rivolgendosi ai maggiorenni, vi invitiamo tutti a recarvi alle urne per dare il vostro prezioso voto, qualunque esso sia, rivestendo un ruolo attivo nel nostro Paese ed esercitando il diritto e dovere civico che abbiamo.

giovedì 22 gennaio 2026

Biblioteche Pugliesi: la cultura incontra i cittadini.

 di Riccardo Lamusta e Francesco Marseglia


Nel nostro territorio le biblioteche rappresentano un’importante risorsa culturale, anche se spesso non vengono valorizzate abbastanza, soprattutto dai giovani. Manduria e i paesi vicini offrono diversi spazi dedicati alla lettura e allo studio, che meritano di essere conosciuti e frequentati di più.




La principale biblioteca della città è la Biblioteca Comunale “Marco Gatti”, uno dei luoghi culturali più significativi di Manduria. Qui sono conservati numerosi libri, documenti storici e testi utili per lo studio e la ricerca. La biblioteca non è solo un posto dove prendere libri in prestito, ma anche un ambiente tranquillo in cui studiare e approfondire argomenti legati alla storia e alla cultura locale.


La Biblioteca Comunale “Antonio Vitti” è la principale biblioteca pubblica di Sava, situata in Via Croce 108. Fa parte del sistema bibliotecario della Regione Puglia e offre ai cittadini un punto di accesso a libri, testi per lo studio e spazio per la lettura. È un luogo importante soprattutto per studenti e ragazze/ ragazzi che cercano un posto tranquillo dove preparare ricerche o approfondire argomenti scolastici.


La Biblioteca Comunale di Torricella è il principale spazio dedicato alla lettura e alla cultura del paese. Si trova in Via Rosario, nel centro storico, in un’area di grande interesse culturale, vicino al Castello. È la biblioteca pubblica del Comune, inserita nel sistema culturale della Regione Puglia, e accoglie studenti e cittadini per la lettura, lo studio e il prestito dei libri. Il patrimonio comprende soprattutto narrativa, saggistica, testi scolastici e materiali sulla storia locale.


La Biblioteca Comunale “Giovanni Calò” è la principale biblioteca pubblica di Francavilla Fontana e uno dei principali centri culturali della città. Fondata nel 1911 e dedicata a Giovanni Calò, offre un ricco patrimonio di volumi e risorse per i lettori di tutte le età.

A Uggiano La Chiesa c’è la Biblioteca Comunale “Antonio De Viti De Marco”, il principale spazio pubblico dedicato alla lettura del paese




lunedì 12 gennaio 2026

Dietro le mura di Rebibbia: storie, solitudine e speranza. Incontro con don Stefano e il volontario Bruno: uno sguardo dall’interno del carcere.

di Veronica Soloperto, Rebecca Aprile, Sofia Dell’Aglio, Giuseppe Frascella




Nella sala conferenze dell’Istituto “Del Prete–Falcone” di Sava, si è svolto un incontro dedicato al tema del carcere. 
Gli studenti hanno avuto l’occasione di dialogare con Don Stefano, cappellano del carcere di Rebibbia (periferia Nord-est di Roma), e con Bruno, volontario impegnato da anni all’interno dell’istituto penitenziario.
Don Stefano è stato assegnato al carcere di Rebibbia circa quattro anni fa. Nato a Roma, ha raccontato che inizialmente non conosceva nemmeno bene la zona di Rebibbia e non era entusiasta della destinazione, ma oggi considera questa esperienza una delle più importanti della sua vita.
Il carcere di Rebibbia è composto da quattro complessi principali:

Nuovo Complesso Maschile, che ospita circa 1600 detenuti
Complesso Femminile, il più grande d’Europa, con circa 300 donne detenute
Complesso maschile 1
Complesso Maschile 2, collegato anche a detenuti in alta sicurezza e al regime del 41-bis

Nel carcere sono presenti detenuti comuni, sex offender e persone legate alla criminalità organizzata e al traffico di droga. 
Don Stefano ha sottolineato come, in teoria, le persone dovrebbero uscire dal carcere migliori di come sono entrate, ma non sempre è così.
Per quanto riguarda il suo ruolo, il cappellano ha spiegato che l’80% del suo tempo lo trascorre aiutando concretamente i detenuti, mentre solo il 20% è dedicato alla confessione e alla celebrazione della Messa.
Uno dei problemi principali del carcere è il sovraffollamento: spesso sei detenuti condividono celle molto piccole, dotate di letti a castello, un bagno minimo con fornello e una piccola finestra in alto. Le attività extrascolastiche sono poche, ma esistono alcune opportunità:
Un coro (13–14 persone)
Un teatro (circa 15 persone)
Un’università (circa 60 detenuti iscritti)

All’interno del carcere sono presenti anche lavori da svolgere, come la pulizia degli spazi, la manutenzione del verde e delle strutture.
Il servizio sanitario, secondo lui, dovrebbe essere potenziato. 
Un tema centrale del suo intervento è stato quello della solitudine: il vero problema del carcere non è solo lo spazio ristretto, ma l’abbandono e la perdita di contatto con l’esterno. Molti detenuti, dopo anni di reclusione, arrivano a temere la libertà più della prigionia. Le mura della cella diventano una falsa sicurezza.
Don Stefano ha spiegato che il sovraffollamento e le condizioni di vita difficili contribuiscono a un clima pesante, sia per i detenuti sia per gli agenti penitenziari, spesso pochi, non adeguatamente pagati e stressati. 
I problemi psicologici sono diffusi e molti detenuti sono seguiti da psichiatri, anche se non sempre è possibile separarli in reparti adeguati.
Nonostante tutto, esistono percorsi di riabilitazione, come corsi di sartoria, torrefazione, giardinaggio e collaborazioni con strutture esterne (ad esempio il centralino dell’ospedale Bambino Gesù).
Tuttavia, Don Stefano ha evidenziato che il reinserimento lavorativo è molto difficile, perché spesso fuori dal carcere non viene concessa una seconda possibilità.

L’intervento di Bruno, volontario

Bruno, amico d’infanzia di Don Stefano, ha deciso di iniziare il volontariato in carcere proprio quando il sacerdote è stato assegnato a Rebibbia. All’inizio l’impatto è stato molto forte, ma con il tempo ha cambiato prospettiva.
Secondo Bruno, la cosa più importante è «guardare l’uomo e non il reato». Ha raccontato che circa il 50% del sostegno ai detenuti arriva dalle famiglie, che spesso portano sulle spalle un peso enorme.
Si è parlato anche di dipendenze, soprattutto dalla droga. I detenuti stessi affermano che “dalla droga non si esce mai del tutto”. All’interno del carcere esistono servizi ASL con personale specializzato e psicologi per affrontare queste problematiche.
Bruno ha spiegato l’esistenza di un reparto per persone transgender, specificando che si tratta di uomini in transizione, che vivono una condizione particolarmente delicata.
Un altro tema affrontato è stato quello dei figli dei detenuti. I colloqui avvengono in aree aperte o in salette: in alcuni casi si gioca o si prende un gelato, ma per i bambini non è facile vivere questo tipo di esperienza.
Esiste anche il rischio che il contatto con questo mondo diventi normalizzato. Durante il periodo del Covid, ai colloqui in presenza sono state sostituite le videochiamate.
Alla domanda su quale sia la cosa più difficile del suo lavoro, Bruno ha risposto: non cadere nel giudizio. Tra i momenti più belli, ha ricordato un episodio in cui una seminarista ha suonato la chitarra durante una Messa: la musica ha colpito profondamente i detenuti, creando un raro momento di serenità.

Carceri, la crisi del sovraffollamento in Italia

di Zoe Polimeno e Sofia Dell’Aglio



Se spesso si dice che il livello di civiltà di un paese si determina dalla condizione delle sue carceri, in tal caso, la nostra dovrebbe suscitare dubbi e preoccupazioni.
In Italia il carcere non può essere definito un centro di riabilitazione sociale al 100% e una delle cause - e delle conseguenze - è il sovraffollamento che le colpisce, arrivato fino a circa il 133%, che riflette le inadeguatezze delle strutture e del sistema penitenziario.
Così si genera un circolo vizioso, nel quale i detenuti, che dovrebbero andare incontro a un percorso di riabilitazione, sono costretti a trascorrere lunghe giornate vuote e prive di attività educative che dovrebbero invece favorire il reinserimento nella società allo scadere del periodo di detenzione.
Questa profonda mancanza fa sì che, quando nuovamente in libertà, molti degli ex carcerati non trovino opportunità di lavoro, e si ritrovino nuovamente a svolgere attività criminali, tornando spesso in carcere nel giro di pochi mesi. 
Il polo penitenziario di Rebibbia è uno degli esempi di sovraffollamento. 
Noto come carcere di Rebibbia, ricopre una superficie di 27 ettari nel quartiere Ponte Mammolo della capitale, si tratta del carcere più grande d'Italia con una capacità complessiva regolamentare pari ad oltre 2000 detenuti - divisi in 4 settori autonomi, di cui 3 maschili e uno femminile. 
Attualmente l’istituto ospita più detenuti di quanto sia in grado di fare, e a rimetterci sono tutti coloro la cui vita dipende da Rebibbia: i detenuti, le loro famiglie e gli agenti della polizia penitenziaria.
La vita dei reclusi è tutt’altro che varia, e sono pochi gli appigli su cui possono contare per occupare il tempo del loro - più o meno - lungo soggiorno. 
La preziosa testimonianza del cappellano Don Stefano ci ha portato dentro le alte e pesanti mura di Rebibbia, dove cerca di spezzare la monotonia proponendo attività creative e ricreative, che a causa del sovraffollamento, e le relative complicazioni, sono spesso penalizzate, insieme alle condizioni dei detenuti, spesso anche stipati in 6 dove dovrebbero alloggiare solo in 2.
La doppia pena dei condannati viene mai messa in conto?

Scompare l’Italia secondo Musk

di Dalila Donzella

Scompare l’Italia secondo Musk. O Almeno così si dice in un suo recente tweet sul suo social X, commentando il post di Doge Designer, un account da circa 1,7 milioni di follower. Il nickname del profilo ricorda il “Doge”, il Dipartimento per l’Efficienza governativa, che è stato governato dallo stesso Musk e dal presidente Donald Trump per 5 mesi. Doge Designer sottolinea che il tasso di natalità in Italia è notevolmente sceso allo storico 1,13 figli per donna, con un minimo di 370.000 nati solo l’anno scorso: il numero più basso dal 1861. “Uno dei rischi maggiori per la civiltà è la bassa natalità. Se le persone non fanno più figli, la civiltà è destinata a crollare” dice Musk, padre di 14 figli.   Cosa potremmo pensare a questo punto? Che le nuove generazioni preferiscono rimpiazzare i rapporti umani con i chat bot? O che a differenza delle vecchie generazioni, questi ragazzi sono molto più chiusi e pertanto incapaci di interagire tra di loro, non avendo così rapporti o relazioni che possano garantire la nascita di una nuova generazione dopo la nostra? 

In Italia, le cause potrebbero essere: stipendi molto bassi, con difficoltà economiche e la mancanza di sostegno familiare; lavori che non permettono orari flessibili per i sistemi dell’infanzia; una prospettiva negativa per il futuro, tra guerre e incertezze economiche. 
Che futuro possiamo dare alle future generazioni? La colpa non è certo dei giovani, definiti come troppo sensibili, ma di una serie di cause che non ci fanno sperare in un futuro migliore con la classica famiglia tradizionale. Tutto ciò porta le nuove generazioni a preoccuparsi esclusivamente per il proprio benessere e per la crescita individuale in un mondo dal futuro incerto. 
Ma allora che c’entrano i chatbot con tutto ciò? Come detto prima, sono programmi informatici con cui simulare una chat scritta e vocale con un'intelligenza artificiale, dove si possono affrontare varie tematiche personali. In sostanza, non stiamo parlando con qualcuno che abbia un giudizio serio e imparziale, che ci aiuti a superare il nostro problema. E’ chiaro allora che ci conviene avere a che fare con qualcuno di più competente, se abbiamo timori o problemi, e non con una macchina, che non ragiona e risponde in maniera random, come noi desideriamo. 
Le macchine non possono risolvere i nostri problemi. Per quanto riguarda invece il problema della natalità cosa si potrà fare al riguardo? Dobbiamo pur sempre rammentare che il nostro futuro dipende da noi. 



giovedì 8 gennaio 2026

Condivisione e filosofia

 di Arianna Leo

Nella sede dell’Istituto “Del Prete-Falcone” di Sava, si è svolto un significativo incontro tra la classe 4A e 5B del Liceo Scienze-Applicate, dedicato alla visione e alla condivisione dei lavori presentati a Taranto in occasione del “Festival della Filosofia”. 
L’iniziativa ha rappresentato un momento di confronto culturale e di crescita per gli studenti, che hanno potuto ripercorrere le esperienze e i temi affrontati durante il festival.
All’evento ha partecipato anche la Dirigente Scolastica dell’Istituto, la quale ha sottolineato l’importanza del lavoro svolto dagli studenti. Fondamentale è stato il contributo della professoressa Stefania De Donatis, che con il suo supporto ha guidato la creazione e la visione dei lavori.
I ragazzi si sono impegnati con grande entusiasmo e dedizione, realizzando video e piccoli cortometraggi in cui hanno dimostrato notevole creatività e tanta fantasia. I lavori presentati hanno messo in luce non solo le competenze filosofiche acquisite, ma anche capacità espressive, collaborative e artistiche.
L’incontro si è rivelato un’opportunità preziosa per valorizzare l’impegno degli studenti e rafforzare il senso di collaborazione all’interno della comunità scolastica, confermando il ruolo centrale della filosofia come strumento di riflessione, espressione e confronto.



“La distanza che ci unisce”: un incontro per riflettere, comprendere e rinascere

di Giada Pesare, Rebecca Chianura Nei prossimi giorni, l’Istituto “Del Prete-Falcone” avrà l’onore di ospitare Anna Tiziana Torti e Lorenzo ...