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Pubblicazione nata nel 2025 con il progetto POC "Curiamo le nostre scelte" ESPERTO: Prof. Lorenzo RUGGIERO TUTOR: Prof. Alessandro DISTRATIS

domenica 25 gennaio 2026

Il dolore: una questione di dignità

di Giuseppe Frascella




Il dolore è un’esperienza universale, eppure profondamente solitaria. Scientificamente, nasce come un alleato: è un segnale d'allarme biologico, un meccanismo di difesa essenziale per la sopravvivenza. Attraverso i nocicettori, i sensori del nostro corpo, il sistema nervoso ci avverte di un danno ai tessuti, permettendoci di reagire. Senza questa capacità, saremmo vulnerabili e incapaci di proteggerci dai pericoli del mondo esterno.
Tuttavia, il confine tra utilità e tortura è sottile. Quando il dolore diventa cronico, smette di essere un segnale e si trasforma esso stesso in malattia. In questo processo, il cervello non si limita a registrare un impulso, ma lo rielabora attraverso le emozioni e la memoria. Poiché non esiste un esame del sangue per misurarlo, il dolore resta l'esperienza più soggettiva in medicina: la sua entità risiede esclusivamente nella parola di chi soffre.
Qui si inserisce la sfida della bioetica: il primo dovere morale è credere alla sofferenza dell'altro. Se in passato il dolore era visto come un destino da sopportare con stoicismo, oggi la bioetica lo definisce un problema di dignità umana. Curare il dolore non è solo un atto medico, ma un diritto inalienabile. Non si tratta semplicemente di spegnere un sintomo, ma di restituire alla persona la capacità di relazionarsi e di non essere definita solo dal proprio tormento.
Questa visione ci porta a dilemmi complessi, come il "principio del doppio effetto". Nelle cure palliative, l'uso di farmaci necessari a lenire sofferenze insopportabili può talvolta abbreviare la vita come effetto collaterale. La bioetica ci dice che se l'intenzione è il sollievo, l'atto è profondamente umano. Il concetto di "dolore totale" ci ricorda infatti che la sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge la paura, la solitudine e il senso di abbandono del paziente.
A questo punto, una riflessione personale: in una società che cerca di anestetizzare ogni disagio, abbiamo ancora spazio per comprendere la vulnerabilità? Il dolore ci ricorda che siamo fragili e che abbiamo bisogno degli altri, ma esiste una soglia oltre la quale esso smette di insegnare e inizia a distruggere l’identità. È in quel momento che la tecnica deve fermarsi per lasciare il posto all'accompagnamento puro e alla vicinanza.
In conclusione, la misura della nostra civiltà si vede da come rispondiamo a chi soffre. La bioetica non è fatta di regole fredde, ma abita nello spazio tra due mani che si stringono. Se la scienza studia l'impulso nervoso, l'etica ha il compito di non lasciare che quell’impulso sia l’unica voce di un essere umano. Nessuno dovrebbe mai trovarsi solo nel proprio buio, perché prendersi cura del dolore altrui è l’atto che ci rende autenticamente umani.

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