di Veronica Soloperto, Rebecca Aprile, Sofia Dell’Aglio, Giuseppe Frascella
Nella sala conferenze dell’Istituto “Del Prete–Falcone” di Sava, si è svolto un incontro dedicato al tema del carcere.
Gli studenti hanno avuto l’occasione di dialogare con Don Stefano, cappellano del carcere di Rebibbia (periferia Nord-est di Roma), e con Bruno, volontario impegnato da anni all’interno dell’istituto penitenziario.
Don Stefano è stato assegnato al carcere di Rebibbia circa quattro anni fa. Nato a Roma, ha raccontato che inizialmente non conosceva nemmeno bene la zona di Rebibbia e non era entusiasta della destinazione, ma oggi considera questa esperienza una delle più importanti della sua vita.
Il carcere di Rebibbia è composto da quattro complessi principali:
● Nuovo Complesso Maschile, che ospita circa 1600 detenuti
● Complesso Femminile, il più grande d’Europa, con circa 300 donne detenute
● Complesso maschile 1
● Complesso Maschile 2, collegato anche a detenuti in alta sicurezza e al regime del 41-bis
Nel carcere sono presenti detenuti comuni, sex offender e persone legate alla criminalità organizzata e al traffico di droga.
Don Stefano ha sottolineato come, in teoria, le persone dovrebbero uscire dal carcere migliori di come sono entrate, ma non sempre è così.
Per quanto riguarda il suo ruolo, il cappellano ha spiegato che l’80% del suo tempo lo trascorre aiutando concretamente i detenuti, mentre solo il 20% è dedicato alla confessione e alla celebrazione della Messa.
Uno dei problemi principali del carcere è il sovraffollamento: spesso sei detenuti condividono celle molto piccole, dotate di letti a castello, un bagno minimo con fornello e una piccola finestra in alto. Le attività extrascolastiche sono poche, ma esistono alcune opportunità:
● Un coro (13–14 persone)
● Un teatro (circa 15 persone)
● Un’università (circa 60 detenuti iscritti)
All’interno del carcere sono presenti anche lavori da svolgere, come la pulizia degli spazi, la manutenzione del verde e delle strutture.
Il servizio sanitario, secondo lui, dovrebbe essere potenziato.
Un tema centrale del suo intervento è stato quello della solitudine: il vero problema del carcere non è solo lo spazio ristretto, ma l’abbandono e la perdita di contatto con l’esterno. Molti detenuti, dopo anni di reclusione, arrivano a temere la libertà più della prigionia. Le mura della cella diventano una falsa sicurezza.
Don Stefano ha spiegato che il sovraffollamento e le condizioni di vita difficili contribuiscono a un clima pesante, sia per i detenuti sia per gli agenti penitenziari, spesso pochi, non adeguatamente pagati e stressati.
I problemi psicologici sono diffusi e molti detenuti sono seguiti da psichiatri, anche se non sempre è possibile separarli in reparti adeguati.
Nonostante tutto, esistono percorsi di riabilitazione, come corsi di sartoria, torrefazione, giardinaggio e collaborazioni con strutture esterne (ad esempio il centralino dell’ospedale Bambino Gesù).
Tuttavia, Don Stefano ha evidenziato che il reinserimento lavorativo è molto difficile, perché spesso fuori dal carcere non viene concessa una seconda possibilità.
L’intervento di Bruno, volontario
Bruno, amico d’infanzia di Don Stefano, ha deciso di iniziare il volontariato in carcere proprio quando il sacerdote è stato assegnato a Rebibbia. All’inizio l’impatto è stato molto forte, ma con il tempo ha cambiato prospettiva.
Secondo Bruno, la cosa più importante è «guardare l’uomo e non il reato». Ha raccontato che circa il 50% del sostegno ai detenuti arriva dalle famiglie, che spesso portano sulle spalle un peso enorme.
Si è parlato anche di dipendenze, soprattutto dalla droga. I detenuti stessi affermano che “dalla droga non si esce mai del tutto”. All’interno del carcere esistono servizi ASL con personale specializzato e psicologi per affrontare queste problematiche.
Bruno ha spiegato l’esistenza di un reparto per persone transgender, specificando che si tratta di uomini in transizione, che vivono una condizione particolarmente delicata.
Un altro tema affrontato è stato quello dei figli dei detenuti. I colloqui avvengono in aree aperte o in salette: in alcuni casi si gioca o si prende un gelato, ma per i bambini non è facile vivere questo tipo di esperienza.
Esiste anche il rischio che il contatto con questo mondo diventi normalizzato. Durante il periodo del Covid, ai colloqui in presenza sono state sostituite le videochiamate.
Alla domanda su quale sia la cosa più difficile del suo lavoro, Bruno ha risposto: non cadere nel giudizio. Tra i momenti più belli, ha ricordato un episodio in cui una seminarista ha suonato la chitarra durante una Messa: la musica ha colpito profondamente i detenuti, creando un raro momento di serenità.
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